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Dossier del Gris II serie, n. 4 Marzo 2005 pag. 11

Il primato di Dio nella fede


Di fronte alla caduta di senso, di fronte al disincanto e alla tentazione della rinuncia a porsi la domanda sul senso, che induce a cadere nella più completa indifferenza, i credenti sono chiamati anzitutto a porre al centro della loro vita e del loro pensiero il Dio di Gesù Cristo, qualificandosi come suoi discepoli, appassionati alla Sua Verità, che solo libera e salva. Nell'accoglienza della Parola si tratta di riscoprire il primato di Dio nella fede, e perciò il primato della dimensione contemplativa della vita, intesa come fedele unione al Cristo in Dio. Si tratta di vivere la memoria potente del Dio con noi, giocando su di Lui l'intera esistenza. C'è bisogno di cristiani adulti, convinti della loro fede, esperti della vita secondo lo Spirito: è la

via di una mistica incarnata nella storia, capace di corrispondere all'esigenza forte di spiritualità emersa nel compiersi della parabola dell'epoca moderna. La modernità aveva contrapposto la verità universale e necessaria della ragione e la verità contingente della vita, favorendo in campo teologico quel divorzio fra riflessione e spiritualità, che aveva reso la teologia piuttosto arida e intellettualistica (si pensi alla manualistica!), caratterizzando al contempo la spiritualità in senso piuttosto sentimentale ed intimistico. L'epoca post-moderna spinge a superare questo fossato: l'alternativa che la fede oppone alle ideologie sta precisamente nella possibilità di sperimentare un rapporto personale con la Verità, nutrito di ascolto e di dialogo con il Dio vivo.
La Verità non è qualcosa che si possiede, ma Qualcuno dal quale lasciarsi possedere, Colui che è in persona l'"universale concretum", il Cristo che unisce in sé il cielo e la terra, l'eternità e il tempo. Lungi dall'apparire come fuga dal mondo, secondo la critica di moda negli anni dell'ideologia rampante, la dimensione contemplativa della vita e la spiritualità della sequela del Crocifisso Risorto si offrono come riserva di integralità umana e di autentica socialità. Si tratta di ritornare anche nel pensiero e nella ricerca critica al primato dell'Oggetto puro, a quel senso di Dio cui la fede schiude, in modo da elaborare una teologia che sia propriamente e fortemente "teologica", capace di alimentare una prassi e un annuncio attenti all'orizzonte trascendente, che in Cristo è stato rivelato ed offerto al mondo. Si potrebbe dire che il futuro del cristianesimo, parafrasando l'espressione di un teologo cattolico, o sarà più spirituale e mistico o non sarà, perché senza una forte esperienza di Dio, vissuta, pensata e testimoniata, i cristiani potranno ben poco contribuire al superamento dell'attuale crisi e ai cambiamenti in atto nel "villaggio globale".

La carità al di sopra di tutto


In secondo luogo, i cristiani oggi sono chiamati più che mai a farsi solidali specialmente ai più deboli e ai più poveri. Il mondo uscito dal naufragio dei totalitarismi ideologici ha più che mai bisogno di una carità concreta, discreta e solidale, che sa farsi compagnia della vita e sa costruire la via in comunione al di là di ogni egoismo di singoli e di gruppi. La rinnovata testimonianza del Crocefisso, richiesta dalla sfida della crisi delle ideologie e dall'apparente vittoria dell'indifferenza ad essa seguita, domanda ai credenti di offrire modelli concreti di tutto un vissuto in cui ci si possa sentire accolti e amati.
Questo stile di condivisione e di servizio solidale comporterà anche la necessità di prendere posizione, di denunciare, di distaccarsi da forme che contrabbandano dietro il sorriso seducente il vuoto della maschera e producono incomunicabilità e solitudine. Si tratta di mettere al primo posto l'obbedienza alla causa della verità di Cristo e della giustizia. Questa via della "koinonìa" sia pur in forma ambigua e complessa, si affaccia nei processi di "globalizzazione" del pianeta. In particolare, in Europa – culla delle divisioni fra i cristiani – la disgrega
zione seguita al crollo del muro di Berlino e l'emergere violento dei regionalismi e dei nazionalismi sfidano Chiese e comunità cristiane a porsi come segno e strumento di riconciliazione fra loro e al servizio dei loro popoli. Non meno urgente appare il bisogno di riconciliazione di fronte alle spinte localiste e corporative e al relativismo etico sempre più diffuso, che rischiano di produrre processi di frammentazione profondi e dalle conseguenze imprevedibili. I cristiani, discepoli della Verità che salva, sono chiamati ad essere attraverso la loro comunione i testimoni della compagnia del Dio con noi: come afferma Giovanni Paolo Il nella "Novo Millennio Ineunte", la Chiesa deve offrirsi più che mai come casa e scuola della comunione.
In tale contesto, emerge una nuova attenzione alla "cattolicità", intesa sia secondo il suo significato di universalismo geografico, reso più che mai attuale dai processi di "globalizzazione" del pianeta, sia secondo il senso di pienezza e totalità, che rimanda all'integralità della fede e della attualizzazione piena della memoria di Gesù Cristo nell'amore. Afferma mons. Bruno Forte che il cristianesimo futuro (e il pensiero della fede in esso) o sarà più "cattolico"o non sarà, perché senza una testimonianza di amore condiviso nella comunione della Chiesa locale e universale rischierà la totale irrilevanza alla salvezza del mondo e ai processi disgregatori che in esso sono in atto. Questa stessa cattolicità esige un rinnovato impegno nel dialogo ecumenico e interreligioso, oggi più che mai urgente per superare il rischio di un possibile "scontro delle civiltà" (Samuel Huntington) mediante la via dell'incontro e dell'impegno comune al servizio della pace,

 

 

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