Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione
Avvenire 13 settembre 2006
«Partendo dall’intima natura della fede cristiana e al contempo dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede si può dire che "non agire con il logos è contrario alla natura di Dio"»
«Se escludiamo dalla sfera della ragione il problema di Dio, facendolo
apparire come ascientifico o pre-scientifico ci troviamo davanti a una
riduzione del raggio della scienza E alla fine è l’uomo a uscirne ridotto»
«Tra le possibilità che la scienza apre all’uomo vediamo anche delle minacce Potremo dominarle solo superando la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile attraverso l’esperimento »
Benedetto XVI
Pubblichiamo il testo integrale del discorso
rivolto ieri da Benedetto XVI al mondo della scienza all'Università
di Ratisbona.
Illustri signori, gentili signore!
È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra
dell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei
pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un
bel periodo presso l'Istituto superiore di Frisinga, iniziai la mia
attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era - nel
1959 - ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari.
Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi,
ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto
anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle
stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi
e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti.
Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui
professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti
dell'intera università, rendendo così possibile una vera esperienza
di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni,
che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un
tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni,
stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso
della ragione - questo fatto diventava esperienza viva. L'università,
senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era
chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede,
svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del «tutto» dell'universitas
scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la
cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa
coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche
quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleg hi aveva detto
che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si
occupavano di una cosa che non esisteva - di Dio. Che anche di fronte
ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi
su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto
della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università,
era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita
dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore
bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno
del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo
e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l'imperatore
stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394
e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti
siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell'erudito
persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della
fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine
di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione
tra le «tre Leggi»: Antico Testamento - Nuovo Testamento - Corano. Vorrei
toccare in questa lezione solo un argomento - piuttosto marginale nella
struttura del dialogo - che, nel contesto del tema «fede e ragione»,
mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie
riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (controversia) edito dal professor Khoury, l'imperatore
tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva
che nella sura 2, 256 si legge: «Nessuna costrizione nelle cose di fede».
È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora
senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva
anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano,
circa la guerra santa. Senza soffermars i sui particolari, come la differenza
di trattamento tra coloro che possiedono il «Libro» e gli «increduli»,
egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore
semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza
in genere, dicendo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo,
e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva
di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». L'imperatore
spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede
mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto
con la natura di Dio e la natura dell'anima. «Dio non si compiace del
sangue; non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di
Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre
qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare
correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere
un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio,
né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa
minacciare una persona di morte…».
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione
mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura
di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come
bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente.
Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente.
La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse
anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera
del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn
si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla
sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la
verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.
Qui si apre, nella comprensione di Dio e quind i nella realizzazione
concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto
diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione
con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per
se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza
tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento
della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi,
Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: «In principio
era il logos». È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore:
Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola - una
ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione.
Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico
di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della
fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio
era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra
il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La
visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia
e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: «Passa in
Macedonia e aiutaci!» (cfr At 16,6-10) - questa visione può essere interpretata
come una «condensazione» della necessità intrinseca di un avvicinamento
tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già
il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio
dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto
il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale
sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare
il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno
dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il
Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il
Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula
che prolunga la parola del roveto: «Io sono». Con questa nuova conoscenza
di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in
modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera
delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza
del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con
la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico,
la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro
alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole
che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale.
Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata
in Alessandria - la «Settanta» -, è più di una semplice (da valutare
forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti
una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo
della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro
in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione
ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro
tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo
veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla
natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva
dire: Non agire «con il logos» è contrario alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo,
si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi
tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto
intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione
volontaristica, la quale alla fine portò all'affermazione che noi di
Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe
la libertà di Dio, in virtù della quale Egli av rebbe potuto creare
e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto.
Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi
a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio,
che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la
diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche
la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più
un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi
eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive.
In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla
convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e
la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze
sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al
punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non
diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un
volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel
Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno
di amore in nostro favore. Certo, l'amore «sorpassa» la conoscenza ed
è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19),
tuttavia esso rimane l'amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano
è un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione
(cfr Rm 12,1).
Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto
tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero
greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista
della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale
- un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non
è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche
suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta
storicamente decisiva in Europa. Possiam o esprimerlo anche inversamente:
questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio
di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione,
si può chiamare Europa.
Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una
parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della
dis-ellenizzazione del cristianesimo - una richiesta che dall'inizio
dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto
più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della dis-ellenizzazione:
pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei
loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.
«Bisogno di dialogo vero»
La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati
fondamentali della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione
delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una
sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia,
di fronte cioè ad una determinazione della fede dall’esterno in forza
di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva
più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura
di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma
primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola
biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra
fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente
se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare
per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con
una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato
la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l’accesso al
tutto della realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda
nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente
è Adolf von Harnack. Dur ante il tempo dei miei studi, come nei primi
anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente
operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era
utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio
di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959,
ho cercato di affrontare questo argomento. Non intendo riprendere qui
tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente
la novità che caratterizzava questa seconda onda di dis-ellenizzazione
rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno
al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima
di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni:
sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine
dello sviluppo religioso dell’umanità. Gesù avrebbe dato un addio al
culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato
come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo
di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo,
appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per
esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In
questo senso, l’esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema
nuovamente la teologia nel cosmo dell’università: teologia, per Harnack,
è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico.
Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione
della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell’insieme
dell’università. Nel sottofondo c’è l’autolimitazione moderna della
ragione, espressa in modo classico nelle «critiche» di Kant, nel frattempo
però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali.
Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su
una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo
tecnico ha confermato. Da u na parte si presuppone la struttura matematica
della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende
possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo
presupposto di fondo è, per così dire, l’elemento platonico nel concetto
moderno della natura. Dall’altra parte, si tratta della utilizzabilità
funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità
di controllare verità o falsità mediante l’esperimento fornisce la certezza
decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare
più dall’una o più dall’altra parte. Un pensatore così strettamente
positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico o cartesiano.
Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra
questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di
matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che
pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E
così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia,
la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi
a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni,
comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema
Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico.
Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di
scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.
Torneremo ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente
che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla
teologia il carattere di disciplina «scientifica», del cristianesimo
resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: è l’uomo
stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi
propriamente umani, cioè quelli del «da dove» e del «verso dove», gli
interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto
nello spazio della comune ragione descritta dalla «scienza» e devono
essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base
alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile,
e la «coscienza» soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica.
In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di
creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale.
È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo costatiamo nelle
patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che
necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a
tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano
più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle
regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente
insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento,
devo accennare ancora brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione
che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la
molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo,
compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione,
che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere
il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione
per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo
poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente
sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento,
infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto
con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente
dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo
della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture.
Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della
fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fann
o parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua
natura.
Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi
linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include
assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima
dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello
che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto
senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso
ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati
donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza
alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della
decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica
negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento
del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta
la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce
che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo
dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in
un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione
a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente
tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come
disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria,
cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo
posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e
delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno.
Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la
ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano
universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio
in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco
alle loro convinzioni più inti me. Una ragione, che di fronte al divino
è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace
di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione
propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico,
porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la
trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve
semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza
tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura
come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma
la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata
dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia
e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia,
l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose
dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce
una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione
inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere.
Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti
si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate
dice: «Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per
tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio
ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe
la verità dell’essere e subirebbe un grande danno». L’Occidente, da
molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi
fondamentali della sua ragione, e così può subire solo un grande danno.
Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della
sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata
nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo
presente. «Non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla
natura di Dio», ha detto Manuele II, part endo dalla sua immagine cristiana
di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa
vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri
interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito
dell’università.
La pagina è tratta dal sito di Avvenire online: http://www.avvenire.it
http://www.db.avvenire.it/pls/avvenire/ne_cn_avvenire.c_leggi_articolo?id=681388