L'apertura dei contatti culturali
tra occidente ed oriente del pianeta, particolarmente sviluppatisi
nel secondo dopoguerra, ha provocato uno scambio a due sensi:
da un lato tecnologia, valori e miti sociali occidentali
hanno invaso popoli e culture di raffinata e millenaria civiltà,
provocando non di rado crisi diffuse e pericolosi fenomeni di
assestamento socio-culturale; nello stesso tempo la profonda
crisi di valori che affligge l'occidente secolarizzato ha condotto
migliaia di persone a rivolgersi all'oriente per cercare lontano
delle risposte che la cultura occidentale, e soprattutto
un cristianesimo vissuto entro gli schemi di uno squallido
ed ipocrita moralismo borghese, non potevano dare. E non è
un caso che questo processo sia iniziato in area anglosassone,
storico pilastro della Riforma. Risposte relative
al senso ultimo dell'esistenza, al valore
della sofferenza e della morte, al bisogno di una
spiritualità operante, di una metamorfosi interiore globale,
di una mistica vissuta. Tutte cose che la tradizione cristiana
ha vissuto per secoli, e che solo la grande ignoranza religiosa
di massa contemporanea non riesce a scorgere.
La grande voga dell'Oriente
degli anni '60 e '70 è nata da
un tentativo autogestito di risolvere questo bisogno
religioso attingendo dal grande bagaglio delle
tradizioni estremo-orientali: India, Tibet, Cina, Giappone.
Ovviamente questa moda ha conosciuto esiti culturalmente interessanti
e, nello stesso tempo, ha provocato fenomeni di massa non di
rado risibili, se non proprio pericolosi.
Un aspetto del
tutto particolare di questa
progressiva compenetrazione fra oriente e occidente è
la diffusione nel nostro paese oramai ventennale di una serie
di tecniche psico-fisiche d'origine orientale: nelle nostre
città non è affatto raro trovarsi di fronte a luoghi ove si
praticano tecniche meditative o ginnastiche mediche orientali.
Ovviamente, non tutto quanto è spacciato sotto questo nome è
autentico: per limitarsi alle tecniche meditative, accanto a tradizioni
orientali millenarie (come il buddhismo Zen) siamo stati
invasi da decine di sette pseudo-orientali, che propongono miscugli
spirituali e culturali ispirati al sincretismo più selvaggio
(Meditazione trascendentale, la scuola di Osho-Rajneesh, il
teosofismo tinto di India di Krishnamurti): vere "trappole
per occidentali", del
tutto screditati in primo luogo proprio nell'oriente
tradizionale.
Ma accanto a casi chiari,
nel bene e nel male, come questi, se ne contano diversi più
complessi ed ambigui, che pertanto richiedono un'attenzione
più specifica.
Il
caso dello yoga.
Credo che non esista oramai
cittadina di provincia in Italia in cui non sia aperta una palestra
di yoga. Talvolta queste strutture
si rivolgono esplicitamente al mondo
cattolico, chiedendo ospitalità, attenzione, non di rado
facendo proseliti. Ma attorno all'oggetto di questo insegnamento,
appunto lo yoga, vige una sistematica confusione che non di
rado da spazio a dinamiche settarie. Non si può capire
lo yoga estrapolandolo dal contesto religioso indiano più antico:
Patanjali, il primo, celebre estensore degli Yogasutra
(2° secolo d.C.) fissò una tradizione senz'altro più arcaica,
e dopo di lui si inaugurò una trasmissione secolare, psicofisica
e religiosa assieme, giunta in maniera quanto mai variegata
fino ad oggi. Lo yoga indiano classico influenzò direttamente
anche il buddhismo, ed alcune tecniche meditative
yogiche furono assorbite nel
sistema ascetico fondato dal Buddha, espandendosi in tutto il
Medio ed Estremo Oriente antico. Come curiosità
si può riferire che persino ad Alessandria d'Egitto,
dopo il III secolo d.C. è attestata una presenza missionaria
buddhista, ed alcuni Padri della Chiesa si sono occupati della
lontana India.
Ma lo yoga che viene insegnato
a casa nostra cosa ha conservato dell'ampiezza metafisica e
spirituale di Patanjali? In primo luogo va ricordato un fatto essenziale: lo yoga è una via spirituale interna all'induismo,
e l'induismo non è una religione universale (aperta cioè a tutti gli uomini, come il Cristianesimo,
l'Islam ed il Buddhismo) ma a base etnica: non può definirsi
induista chi non è indù e si è tali solo se figli di padre indù
(la discendenza femminile non è accettata). Questo significa
che, semplicemente, ogni forma di religiosità induista che si
rivolga agli occidentali si pone da sé stessa fuori dalla propria
ortodossia, ed è quindi una setta (appunto, una "trappola
per occidentali"), e un
europeo non può diventare induista così come non può diventare
shintoista o inca: quell'esperienza religiosa è tutt'uno con
quel popolo e non è trasmissibile.
In effetti, raramente lo yoga
in occidente viene proposto immediatamente come Via religiosa"
nella propaganda dei centri yoga prevalgono le allusioni alla
dimensione psico-fisica, all'equilibrio emotivo, alla
salute del corpo ottenuta e difesa con metodi naturali. E in
quanto tale, ossia limitatamente al proprio millenario bagaglio
di conoscenze attorno al corpo ed alla mente dell'uomo, non
v'è alcun dubbio che l'ingresso della pratica yoga nella
cultura occidentale
può essere scientificamente utile e foriera di interessanti
sviluppi nella nostra conoscenza psicologica e medica"
a ben pensare, si tratta dello stesso percorso che in Europa
hanno percorso i Giochi Olimpici dall'antica Grecia ad oggi:
da agone sacro a specialità sportiva. Ma non sempre accade questo,
e più spesso (fatta quindi eccezione per quelle persone che
sono così mature da evitare quanto segue) all'insegnamento della
tecnica psico-fisica si sovrappongono due tendenze perniciose:
a) l'imitazione fraudolenta,
conscia o inconscia, delle strutture linguistiche e concettuali
tipiche dell'induismo religioso indù.
b) il confluire della pratica
yoga "per occidentali in quel calderone sincretistico
che è il cosiddetto New Age.
Nel primo caso l'insegnante
yoga si atteggia a Maestro, a Guru, creando attorno a sé quel
clima emotivo da discepolato che in Italia ha dato vita a migliaia
di guru di provincia, ognuno con le proprie certezze assolute,
il proprio gruppetto di fedeli etc.
In questo caso accanto alle
tecniche dello yoga fisico (o hatha
yoga si diffondono recitazioni di mantra
(parole sacre) cui viene attribuita una esplicita valenza soterica"
si sente parlare spesso e volentieri, per quanto a sproposito,
di termini religiosi quali "Illuminazione",
"insegnamento", "maestro", che con una pratica
psico-fisica hanno sempre e comunque poco a che spartire. Inizia
a crearsi quel clima vischioso di esclusivismo e falsa accoglienza
tipico di ogni esperienza settaria: chi vi partecipa è portato
a coltivare l'illusione di far parte di un'élite di privilegiati.
Nel secondo caso lo yoga viene
affogato nel mare magnum
delle psicoterapie selvagge,
delle meditazioni fai-da-te, nella superficialità delle mode culturali genericamente
sincretiste, reincarnazioniste, salutiste, pacifiste, vegetariane
che rappresentano oggigiorno il nocciolo duro dell'ideologia
della New Age: un calderone ribollente in cui spezzoni malcompresi
di oriente si mescolano a
spiritismo, teosofia,
occultismo ottocentesco, cascami
massonici fino a cristallizzarsi
in un'ideologia che è il vero manifesto della
post-modernità religiosa, in cui ognuno è chiamato a
esercitare la propria fattuale divinità, elevando a pretese
divine il proprio libero arbitrio religioso. Non ci stupisce
che l'ego ipertrofico
dell'uomo contemporaneo caschi regolarmente in questa trappola
(che, per riprendere un adagio indiano, è proprio come cercare di
volare tirandosi per i capelli)" ma cosa c'è di più sideralmente
distante dal cristianesimo, realistico demolitore di ogni pretesa
assolutezza dell'io empirico, in cui alla pretesa diabolica
dell'Eritis sicut dei si contrappone
la rivendicazione arcangelica: "Chi come
Dio?".
Per
conoscerne di più:
Sull'induismo: Autori Vari,
Cattolici, sette, religioni, a cura del GRIS di Rimini, Il Cerchio.
Sullo yoga classico: M. Eliade
Lo yoga. Immortalità e libertà, Sansoni.
Sull'uso parodistico dello
yoga: M. Dharmamentha Lo
yoga e lo spiritualismo contemporaneo, Edizioni Archè.